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La mostra #CarloOrsiBenin raccontata dalla dott.sa Cecilia Ghibaudi

Carlo Orsi: Benin

 

Solo con uno sforzo si può costringere la macchina fotografica a mentire: è un mezzo fondamentalmente sincero: di conseguenza è assai più probabile che un fotografo si accosti alla natura in un atteggiamento di ricerca , di comunione , anziché con la sfrontata arroganza dei cosiddetti “artisti”. La visone contemporanea , la nuova vita si fonda su un approccio sincero a tutti i problemi morali e artistici  (Edward Weston) (in Sontang, p. 160) .

La definizione della relazione fra il mezzo tecnico e la realtà del grande fotografo americano Edward Weston, precisa con chiarezza e intelligenza il reportage che Carlo Orsi espone ora a Torino nella galleria di Giampiero Biasutti  intitolato significativamente Benin . Si tratta infatti delle riprese eseguite durante il suo ultimo, recente viaggio nello stato africano con i membri della missione umanitaria della Cute Projetct Onlus. Fotografie che hanno una ragione e una storia. Da alcuni anni Carlo si reca periodicamente  in Africa per finanziare con i suoi scatti il lavoro di medici e di sanitari (che non percepiscono compenso) applicato alla chirurgia plastica ricostruttiva, soprattutto quella rivolta alla cura delle ustioni. La dottoressa Eva Mesturino dell’équipe attiva nell’ospedale N’Dali a Cotonou, in Benin, introduce nel bel catalogo della mostra i protagonisti di questa vicenda, pazienti, bambini, donne, uomini: il chirurgo torinese Daniele presidente di Cute Projetct Onlus, le infermiere Lori e Samantha, Sibi con, sul volto, i segni tipici della sua etnia, incisioni rituali come fili sulle guance, Ezio chirurgo plastico, Amadou dalla faccia bruciata coperta da un velo nero per non mostrare i bordi degli occhi completamente rovinati;Raaji e Felician operati di cheloidi, Yves un bell’uomo di quarant’anni col viso distrutto dall’acido, Eva una ragazzina di  undici anni alta e magra operata di labioschisi, per citarne solo alcuni.

Volti devastati da cui emergono le orbite senza palpebre, volti coperti da bende bianche contro la pelle scura, la bocca spalancata nell’urlo sotto la  medicazione delle piaghe che sfregiano la pelle , terribili ferite sui corpi dei bambini, piccoli corpi intubati, orrendi labbri leporini, vesciche infette sono ripresi dalle fotografie nette, precise, esatte di una realtà intollerabile anche solo a guardarsi. Incisive come i ferri dei chirurghi che operano a N’Dali . Sconvolgenti in ogni dettaglio. Sono l’ inequivocabile  testimonianza di una realtà che Carlo, con pudore e umanità, senza compiacimento, con enorme rispetto per il dolore dell’uomo  porge all’osservatore a suscitare umana pietas. La suprema saggezza dell’ immagine fotografica consiste nel dire: “Questa è la superficie. Pensa adesso- o meglio intuisci- che cosa c’è di là di essa, che cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto” , scriveva Susan Sontang.

La comprensione e la compassione per le sofferenza sono infatti la cifra che segna tutto il reportage. Non solo dolore si legge però nella campagna fotografica in Benin, ma appare la tenerezza delle madri che allattano i bimbi piccoli, li cullano, attendono la visita del medico, bimbi che giocano, si riparano sotto le stie di polli, galli, galline, chirurghi  in sala operatoria intenti a sanare le infermità, la felicità di medici, pazienti e della comunità, condivisa nella festa dopo le cure riuscite a dare  senso e speranza all’ impegno e al lavoro.

I forti, vigorosi, teneri, lancinanti ritratti rivelano la sensibilità e l’attenzione per la figura umana che da sempre connota la fotografia di Carlo Orsi. Come si è visto, fra le sue ultime esperienze, negli scatti esposti alla mostra “Sette fotografi a Brera” aperta nell ’autunno 2014 nelle sale della Pinacoteca, o negli intensi volti pubblicati nello squisito libretto- strenna per il nuovo anno, uscito purtroppo in un numero limitato di copie. Ma nella sua fotografia compaiono pure inaspettate tangenza con la cultura figurativa  ottocentesca. Mi riferisco all’inquadratura del grande albero contro cui è appoggiato un ragazzo. E’ assai vicina all’ attenzione rivolta dalla pittura della prima metà dell’ Ottocento alla rappresentazione delle piante e ripresa dalla fotografia nella seconda metà di quello stesso secolo. Di Felix Bonfils attivo in Libano è, infatti, simile ma non uguale,  l’ albumina (1867-1878)  Albero di Abramo a Hebron con gli uomini in piedi sotto un enorme albero.  

Le senso di questo forte e profondo reportage non è tuttavia nelle immagini esteticamente efficaci ma nell’uso di una fotografia che, se non può forgiare un atteggiamento eticamente corretto, può però indurlo o consolidarlo obbligando, attraverso lo sguardo, a una riflessione su vite e realtà tanto diverse, dolorose e sconvolgenti.

Cecilia Ghibaudi

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